“(A)social network” di Roberto Bonfanti

I social network sono sempre esistiti, solo che un tempo non si chiamavano facebook o twitter, ma cerchia degli amici, bocciofila o circolo degli scacchi.
I meccanismi che li regolavano non erano dissimili da quelli di oggi: condivisione di passioni e interessi, voglia di aggregazione, ritrovo e passatempo. Con la differenza sostanziale che tutto avveniva di persona, c’era un rapporto diretto e un contatto fisico che oggi scarseggia o è totalmente assente. Prima di scivolare nel vecchio adagio “si stava meglio quando si stava peggio” vorrei precisare che sono entusiasta dei moderni social network, ai quali riconosco peculiarità e possibilità esclusive, ad esempio quella di consentire di entrare in contatto con un numero di persone irraggiungibili in altro modo, cosa particolarmente utile soprattutto quando si parla di cultura, costume e spettacolo. Un altro dei vantaggi accessori di questi mezzi è la necessità (e quindi l’esercizio) di usare un linguaggio più complesso di quello verbale, sia dal punto di vista letterario che meta-simbolico. Una comunicazione che si basa sulla scrittura e la rappresentazione grafica necessita di una costruzione più articolata del dialogo di persona, in cui la comprensione delle sfumature passa anche attraverso l’interpretazione della gestualità, delle espressioni e dell’intonazione vocale. Qualcuno è più bravo in questo campo, qualcuno un po’ meno, ma sono fiducioso che tutti miglioreremo col tempo.

Ma, allora, al netto dell’utilità di questi mezzi, cos’è che li rende così onnipresenti nella nostra quotidianità?

Tanto per fare un esempio analizziamo un tipico post che in apparenza non comunica niente, che troviamo inutile, se non fastidioso: “In fila da ore alla cassa del supermercato – L annoiato”. Mi sembra evidente che l’autore non ha intenzione di essere né originale né drammatico né portatore di emozioni straordinarie. È ben diverso che scrivere: “Sto scalando il K2, stasera sono stato a cena dallo Yeti. La Yetessa ha preparato un timballo di Yak sopraffino – ☺ felice”*; questo sì che sarebbe degno di nota e di essere postato ai propri amici (pardon, contatti). E allora, mi viene da chiedermi, perché qualcuno si prende la briga di dirci questo? Perché vuole condividere con noi un’esperienza che capita a tutti noi almeno un paio di volte a settimana? La prima risposta che mi viene in mente è perché può farlo, perché siamo tutti maledettamente sempre connessi, rintracciabili, tracciabili. Perché è più facile vincere il tedio smanettando sul proprio smartphone che scambiando due parole con chi si segue in quella fastidiosa fila alla cassa. Perché siamo in contatto con sconosciuti di tutto il mondo, ma non con la casalinga che spinge il carrello, la quale, fra l’altro, non ci ha chiesto l’amicizia su facebook. Ma ciò non basta, non è sufficiente come spiegazione, nella vita reale la noia di fare la fila è un qualcosa che chiunque, forse, direbbe solo al proprio partner, una volta tornato a casa, non lo renderebbe pubblico con un annuncio economico sul giornale o scrivendolo sui muri della città. Quindi ci dev’essere qualcos’altro sotto, faccio un’ipotesi: non sarà che è davvero questa l’essenza di essere “social”? Che l’horror vacui del terzo millennio non risieda proprio in questa equazione “posto = esisto” e nel suo esatto contrario? Anche una banalità, una semplice scheggia del mio quotidiano dimostra che ci sono, che faccio parte di una grande comunità, nella quale riesco a ritagliarmi un posto, per quanto piccolo ma, attenzione, non insignificante.

Il social network, se lo capisci lo usi bene, se lo conosci non ti rende asociale.
* Per i vegani: sostituire “timballo di Yak” con “zuppa di licheni”.

Roberto Bonfanti


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Commenti Facebook

  1. Articolo carino, interessante e ben scritto, come ci ha abituato Roberto Bonfanti. Credo che questa idea di poter postare il proprio "Stato" – qualunque esso sia, anche solo che si è annoiati dalla coda – sia stata una delle idee più GENIALI inventate da Facebook, che ne hanno decretato l'immenso successo e che sono state poi copiate da tutti gli altri Social.

  2. Penso che esprimere ogni singolo pensiero pubblicamente sia anche una bella cosa, ma sarebbe importante capirne il limite. Cosa pubblicare e cosa no. Purtroppo però sui social, e su Facebook in particolare, esiste una finta meritocrazia legata ai "mi piace". Se un tuo commento riceve tanti "mi piace" sei portato a farne altri, in caso contrario no. E pur di avere ancora la gratificazione falsa dei "mi piace" (che in fin dei conti non significano nulla) sei portato a enfatizzare, a volte a mentire. No, sarà un bel mezzo ma non è il sistema migliore. Una piccola provocazione: senza i "mi piace" Facebook avrebbe lo stesso successo?
    Un'ultima osservazione, anche se comprendo che l'esperienza sui social e il proprio carattere ne determinano la qualità: siamo sicuri che quel che dicono i nostri contatti sia vero? Posso scrivere "In coda alle poste – Annoiato" anche se sto guardando un film. Curioso, vero? Eppure si tende a prendere per buona una notizia così banale perché è su Facebook e perché è così banale. Questo sarebbe da studiare.
    In ogni caso non sto criticando l'articolo, ma offrendo un altro punto di vista.

  3. Ciao LFK, grazie per il tuo commento e per le riflessioni interessanti. Sono d'accordo con te riguardo alla funzione del "mi piace" (o il preferito di twitter), piuttosto ambiguo nella sua sintesi ma indicatore, in ogni caso, di aver raggiunto qualcuno, di aver catturato, anche se per 2 secondi, l'attenzione. Penso anch'io che il successo di Fb dipenda da questo e, come diceva anche Wally in un commento precedente, dalla possibilità di postare praticamente qualunque cosa. Anche una "falsa" banalità, se vogliamo, ancora più realistica in quanto, appunto, quotidiana. Magari l'ipotetico scalatore del mio esempio avrebbe più possibilità di essere creduto, e quindi "likato", postando "sono in fila – annoiato", invece di descrivere la sua cena a casa Yeti!

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