Recensione “Il male accanto” di Massimiliano Comparin

Percorrere miglia(ia) di pagine. Volti, storie, risa, pianti, luoghi. Il tempo speso a viaggiare fra le righe d’inchiostro che impregnano la vita di personaggi, per poi, improvvisamente, aprire una storia nella storia e scoprire che è vera.
Ci sono cose che è meglio nascondere, altri da cui è meglio nascondersi. Avvenimenti che sono impossibili da dimenticare, eppure dimenticati da tutti. Perché ci scordiamo dei nostri mali quando sono così vicini?
“Il male accanto” racconta. Scava, preme, spara colpi potenti. Fra le sue pagine mi ritrovo: siamo a Varese, provincia. Voglio dirvi come mi sono sentita, vi racconto del perché il sorriso comunque rimane.
In quella Varese lì io non ero ancora nata, era quella degli anni ’70, ma si fa presto a identificarsi fra laghi e montagne. Immediatamente però capisci che non sei lì per guardare e basta, ma anche per capire. Man mano che le pagine si susseguono comprendi il compito che hai, ed è molto più di quello del semplice lettore. C’è un messaggio da cogliere.
Voglio dirvi subito una cosa: questo romanzo l’ho letto in tre giorni scarsi. Sapete perché? Perché i fatti riportati e la parte romanzata (comunque molto vicina alla realtà) si fanno divorare. Mentre leggevo e cominciavo ad incastrare le tessere del puzzle, prendevo il mio smartphone e facevo delle ricerche. Avevo seriamente bisogno di rendermi conto di chi stavo leggendo. Ho cercato nel web ed era tutto vero. La parte di cronaca nera è reale. Ci si deve sbattere addosso a certe cose per farle proprie.
C’è un filo che lega ogni cosa e lo fa perfettamente. Sono loro, i ragazzini, i balóss del paese, con le loro storie e famiglie, le loro peculiarità e i loro soprannomi. Uno di loro un giorno ha deciso di raccontare questa storia, lui si chiama Pietro, detto il Regiù. Grazie a lui, questo libro prende le sembianze di un romanzo, pur raccontando la verità di anni difficili, disastrosi e delittuosi.
E sebbene a volte “le parole gli uscivano bagnate di magone”, il Regiù, mi ha mostrato quel che succedeva nella mia Varese degli anni settanta, ottanta e novanta. Quando io ero troppo piccola per capire. Ho conosciuto il lato di Varese, quello sbagliato, quello nero. Ho capito che anche la provincia può stritolare e a volte partorire disperazione. Mafia, rapimenti, omicidi. Ogni uomo nasconde dentro di sé il male, “il male accanto”: alcuni decidono di mostrarlo al mondo, altri non scopriranno mai di averlo.
Scritti in questo libro troverete molti nomi camuffati. Alcuni personaggi, invece, sono solo invenzione (?). Leggerete del rapimento di un ragazzino di 17 anni e capirete che questo è un fatto realmente accaduto. Vi sentirete piccoli e indifesi. Leggerete di giovani, che scossi da tutto questo, si perdono in loro stessi e crescendo prendono strade diverse. Vi stupirete di come i fatti violenti ci colpiscano in maniera così differente e di come il dolore sia malleabile.
Eppure in questo libro c’è anche la risata, semplice e sincera. I dialoghi divertenti, molto spesso in dialetto, che avvicinano e mai allontanano. Sarete accanto al Don, alle famiglie e sentirete anche un moto di speranza e sorprendente vicinanza. La scrittura scorre pulita, leggera, sincera, come se stesse leggendo i ricordi di una mente aperta, senza filtri o remore.
Tra un capitolo e l’altro della parte romanzata, vengono fedelmente trascritte le confessioni agli atti del capo della ‘ndrangheta, detto ZETA, del Varesotto di quegli anni, che diventa collaboratore processuale a partire dal 1992. Massimiliano Comparin, l’autore, ha letto e riletto pagine e pagine di atti processuali per arrivare a scrivere questa storia nella maniera più corretta e fedele possibile. Potete quindi immaginare quanto tempo sia servito per arrivare a libro finito.
Il risultato è, per quanto mi riguarda, un successo. Una lettura che aiuta ad aprirsi alla verità e a cogliere quel prezioso messaggio che vi dicevo poco fa: non dimenticare
Perché le storie, seppur difficili, vanno lette e custodite. Perché dietro a ogni storia, ci sono le persone. Chi combatte per la giustizia, chi per se stesso, chi per aver la verità, chi per una vita tranquilla. Chi la vita la getta, chi la vita la venera. Chi con la vita ci si scontra e sebbene abbia paura, la racconta.
Perché in fondo, “la speranza è il punto di vista dei vivi”.
Nota: ho scritto questa recensione dopo aver riflettuto molte sere e meditato sulla quantità di spettri, disordini e sorrisi, che questo libro mi ha lasciato addosso. Ecco perché vi dicevo che il sorriso rimane, perché Varese è dove vivo e anche in questa storia, nuda e cruda per certi versi, e allegra e ironica per altri, io ho scoperto la capacità di Massimiliano di miscelare il nero con il bianco, senza fare distinzioni. Come a dire che dentro le atrocità possiamo ancora vedere il cielo. La verità è che questa “recensione” è stata un parto per me. Difficile far capire perché questo libro sia riuscito a spiazzarmi e nel contempo a farmi sorridere, o forse è meglio dire sperare. Forse è per quel messaggio, quello di chi finisce questa storia al posto di chi non c’è più:

Grazie,

(la Books Hunter Jessica)

Un viaggio, spietato e lucido, dentro il male, la sua seduttività e la sua allucinata follia. Le dichiarazioni del testimone di giustizia Antonio Zagari, rilasciate al magistrato Armando Spataro a metà degli anni ’90, costituiscono il fiume carsico che attraversa tutto questo, incredibile, romanzo. Dentro, s’incaglieranno le vite di tre ragazzi, Regiù, il Pera e il Ross, amici per la pelle e figli dello stesso cortile di un piccolo borgo del Nord Italia. Allievi ignari di un inconsapevole maestro che, a distanza di vent’anni, racconterà in controluce, assieme ai suoi terribili crimini, la loro storia.
L’autore:
Massimiliano Comparin è nato a Varese nel 1973.
Giornalista, scrittore e direttore editoriale presso Edizioni dEste.
 
Dal suo sito:
“Non troverai molto di me, e quel che c’è è di troppo. Create, inventate, e non parlate di voi, non siete poi così interessanti, diceva una donna che davvero sapeva di libri e d’autori.”
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