Recensione “Il furto dei Munch” di Barbara Bolzan

Immaginate di essere sulla cima di una montagna. I fianchi non sono veri e proprio precipizi, sono piuttosto dolci, hanno una pendenza moderata. E non sono di roccia acuminata e tagliente. Sono perlopiù prati morbidi, anche se, inevitabilmente, qua e là qualche masso c’è. Ora immaginate di scivolare lungo i pendii. Non siete inciampati: lo avete deciso voi, lo avete voluto. State ruzzolando ma stranamente non siete nello stato confusionale che le capriole a ripetizione comportano. Piuttosto, siete affascinati dal cambio di prospettiva: la terra finisce al posto del cielo e un attimo dopo torna al suo posto. Poi daccapo. La situazione si ribalta in continuazione. Ma non siete disorientati: siete intrigati. Bene! Ora immaginate che, in realtà, non state ruzzolando in giù, verso valle, ma state facendo capriole risalendo i fianchi della montagna, verso la vetta. Perché così è più faticoso e quando si arriverà in cima, la conquista sarà gloriosa. Ed eccovi lì. Siete arrivati. Siete in cima. Guardate in giù e vedrete il percorso che avete fatto. 
Vi piacerà. 
Vedrete la bellezza. Perché da lassù si vede tutto: non ci sono più segreti e le cose vi si rivelano per quello che sono. Tutto è completo. 
Oh se vi piacerà! 
Ecco, questo è quello che mi è successo leggendo questo libro. Così come ve l’ho raccontato. Eh brava La Bolzan, mi ha stupito con questa storia. Ho dovuto tenere il passo con il ritmo della narrazione ed è stato un cammino emozionante, vivace, energico. Ogni capitolo è stata un sfida stimolante per la mia intuizione.

E c’è dell’altro. Grazie ai personaggi creati dalla vibrante penna della Bolzan e alle loro avventure, ho fatto un tuffo (e una lunga nuotata) nel mondo dell’arte. Non solo ogni riferimento a opere d’arte è stato un impulso irrefrenabile a rivolgermi a colui che tutto sa (Google) per richiamare immagini e storia, ma ho avuto l’occasione giusta per conoscere anche il lato scuro di questo universo artistico: traffici, ricettazioni, falsificazioni, perizie corrotte. Legami. Accordi. Patti.


A scuola ci avevano insegnato che nulla è impossibile, che gli indizi portano sempre a qualcosa e che le connessioni esistono. Se non le vediamo, è perché siamo ciechi.


Un confine sottile tra ciò che è giusto fare e cosa invece sconfina in attività criminali. Un confine sottile tra ammirazione e ossessione. Cosa si prova ammirando un’opera d’arte? E cosa si prova, invece, a possederla?


 
Agata, la protagonista del libro, con la sua cocciutaggine mi ha condotto per mano nel labirinto di questa vicenda, a volte facendomi credere di aver imbucato un sentiero senza uscita, a volte illuminandomi il cammino. E siamo arrivate in fondo. Insieme. No, non è vero: lei è sempre stata un passo avanti a me. 
È riuscita a farmi capire fino in fondo l’amore viscerale per l’arte. Quello che toglie il respiro di fronte a una tela, a una scultura, a un palazzo. Quello per cui si è disposti a qualunque cosa. E Agata, cosa può sacrificare in nome di questo grande amore?
Ci sono dita lunghe e magre che si muovono abili sui tasti di un pianoforte. Non creano musica: creano magia. Non danno vita a note nell’aria, piuttosto sprigionano emozioni. Il Maestro Giulio Manfredi, marito di Agata e pianista di fama mondiale, suona con la stessa naturalezza con cui respira. O almeno prima. Ora, invece, ogni nota rappresenta l’inizio di tutto e la fine di tutto.
Forse la verità ce la svela proprio lei, Agata: “L’arte è la più pura forma di sofferenza”.
Concludo questa mia recensione rendendo omaggio e valore al grande lavoro documentale che l’autrice ha fatto scrivendo questo libro. I riferimenti citati sono doviziosi di particolari, ricercati con metodo e intrisi di una grande passione palpabile a ogni riga. 
Innamoratevi dell’arte e non stancatevi mai di farvi incantare.
(La Books Hunter Barbara)


Il 5 aprile 2004, un commando mette a segno una spettacolare rapina alla banca di Stavanger, in Norvegia. Il 24 agosto 2004, dal Museo Munch di Oslo vengono sottratti i celebri dipinti L’Urlo e la Madonna. Due fatti apparentemente non correlati, ma che trasci- neranno il lettore in una vertigine di intrighi, pericoli e misteri, portandolo nel cuore del mondo del mercato nero dell’arte e della musica.Quando i dipinti scompaiono, infatti, lasciando dietro di sé una scia di morte, Agata Vidacovich, coinvolta nel traffico d’arte, tenterà di venire a capo dell’intricata vicenda, mettendo a dura prova le proprie certezze. Sposata con un pianista di fama internazionale che ha ormai rinunciato alla propria carriera e a cui ha sempre mentito riguardo alla propria vera vita, Agata si ritroverà costantemente sul filo del rasoio, costretta a mettere a repentaglio tutto quello che ha di più di caro per venire a capo di questo mistero.Dove sono finiti i quadri? Un thriller avvincente, che si snoda tra Milano, Oslo e Trieste e che tiene il lettore col fiato sospeso fino all’ultima pagina.


L’autrice:


Barbara Bolzan è di Milano, tiene corsi di scrittura nei licei e, attualmente, collabora come editor e illustratrice con diverse realtà editoriali. 

È stata vincitrice di numerosi concorsi letterari nazionali ed internazionali. Nel 2004 pubblica il suo libro di esordio “Sulle Scale”. Nel 2006, in seguito alla vittoria del Premio Internazionale Interrete, pubblica “Il sasso nello stagno”, mentre nel 2011 esce il thriller “Requiem in Re minore”, premiato con il Premio Alabarda d’oro-Città di Trieste e presentato a Casa Sanremo Writers nel corso della serata conclusiva del Festival. Nel 2014 pubblica “Rya-La figlia di Temarin” (primo volume della saga di Rya) e “L’età più bella”, romanzo che affronta il tema dell’epilessia. Nel 2015 esce il suo ultimo romanzo, il giallo “Il furto dei Munch”.

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Commenti Facebook

  1. Ora, io non vorrei dire, però: esistono le stelline per le recensioni? Perché questa conquista il podio, signori.
    L'immagine iniziale della "scalata a ruzzoloni" è fenomenale, è qualcosa che avrei voluto saper scrivere io.
    Grazie. Davvero. Per la capacità di entrare nel testo, per avermi permesso di tessere la tela e tirartici dentro a forza, per una lettura che -già lo sapevo- non sarebbe stata solo uno scorrere di occhi sulla pagina.
    WOW!

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