Recensione “Le luci nelle case degli altri” di Chiara Gamberale

Vi è mai capitato di fermarvi sotto alle finestre accese di luce delle case degli altri e immaginare cosa succede nelle vite altrui? Se lì, in quella casa calda e illuminata, ci siano gioie o infelicità? Vi è mai successo di vedere luce laddove c’era buio, e tenebra dove c’era riverbero?

In questa storia le luci sono vite sparse nei piani della nostra esistenza. Le persone sono palazzi colmi di luci e ombre. “Le luci nelle case degli altri”, è vedere qualcosa oltre il cemento e il vetro. È accorgersi che là dietro, prima d’ogni altra cosa materiale, si nascondono vite imperfette nascoste dietro sorrisi lunghi e sottili, rossetti spenti, libri letti e riletti, parole mai dette, letti sfatti e domande appese a un filo sottile. Quel filo sottile ci legherà per sempre la vita, finché non decideremo di reciderlo o lasciare che il tempo lo faccia marcire.

È raccontare le cose senza esempi, ma con i fatti che ci rendono più leggeri per chi ci ascolta. Così funziona questa storia, che si racconta nella maniera più semplice, mettendo a nudo poco alla volta i suoi personaggi, giostrandoseli con delicatezza come fossero pezzi di una collezione unica, da ritenersi troppo preziosi per scordarsene qualcuno.

Così, fra passato e futuro, ci si fonde con loro. Si diventa parte di una grande famiglia allargata, una famiglia che fa il patto più difficile che degli “estranei” possano fare tra loro: prendersi cura di Mandorla.

Mandorla è una bambina che non ha più nessuno e che all’improvviso di genitori ne ha più di quanti possa immaginarsene. Crescendo in questo condominio, salendone le scale, aprendo di volta in volta porte diverse, dormendo in letti differenti e conoscendo gradualmente le sue famiglie, crescerà covando dentro di sé un’unica e tanto semplice quanto complicata domanda:
“Chi degli uomini del palazzo è mio padre?”

La verità è che quando una domanda tanto importante ti sprofonda dentro, sarà più difficile sradicarla o sviscerarla.

E come tutte le domande che possediamo irrisolte dentro di noi, anche esse crescono mentre noi ci facciamo grandi e cominciamo un po’ a odiarle mentre ristagnano da qualche parte all’interno del nostro corpo. Cerchiamo di somigliare a quelli giusti, quelli che sembrano non possedere le nostre stesse lacune, quelli che sono sicuri di sé, quelli che nei loro vestiti ci si sentono davvero bene, quelli che sembrano fare sempre la cosa giusta. Eppure prima o poi si scopre che copiare la perfezione degli altri, non serve a nulla se non ad accrescere il senso di inadeguatezza che ci appartiene da sempre.

È allora che Mandorla si scopre diversa e felice di esserlo, che cerca comprensione in chi sembra capirla e non darle solo le risposte, sbagliate, che vorrebbe sentire. Perché gli adulti non si compromettono mai? Perché celano l’amore, perché? Fa paura l’amore.

Per questo indossiamo una maschera, la stessa che Mandorla deve tenersi a lungo, consapevole del limite che le crea. È la maschera che la fa sembrare goffa nei suoi stessi abiti, che la rende diversa, o è la condizione che è costretta a vivere? Questo lei lo scoprirà in un percorso stranissimo, ma bellissimo. Una storia, la sua, eccezionale, costruita con spontanea delicatezza e incisiva maestria da Chiara Gamberale. Un’autrice che sa scrivere di cuori e cose rotte, saldandole in maniera concreta verso il finale che, come in questo caso, lascia senza parole. Perché tutto ciò che conta è la straordinarietà del finale, qui, sì. È un filo che si taglia di netto, il cui rumore ci scomoda dandoci una pacca forte sul cuore. Ogni personaggio aveva qualcosa di nascosto da dire al mondo e quello era il mondo di Mandorla e da ognuno di loro lei ha preso qualcosa.

La ragazzina che diventerà, dipenderà fortemente anche da tutto questo. Come sempre le persone, consapevoli o no, ci cambiano, formandoci e regalandoci un finale differente che però spetta sempre e solo a noi scegliere davvero ed è questo che ci renderà forti.


Chiara Gamberale per me è un’anima che si fonde con le pagine e con le parole. Le ha tutte lì, immediatamente dietro al cuore.
Come sapete non sono avvezza a rivelare particolari della trama, dando troppi dettagli. Come sempre e qui anche sentitamente, vi invito a leggere questo libro, a conoscere ognuno dei personaggi della storia creata dall’autrice. Vi stupiranno, vi faranno arrabbiare, vi troverete spesso a fare una riunione con voi stessi per capire da che parte stare, perché immedesimarsi nelle scelte non è semplice, mai. Eppure questa metafora de “Le luci nelle case degli altri” vi rimarrà incollata addosso. Poche parole per un titolo che accende tutto e spegne qualcos’altro: fossero le convinzioni, fossero le paure, fosse la follia di credere alla perfezione assoluta di chi si sa solo nascondere bene, non lo so. Io mi fermo qui. Voi quando camminerete per strada e vedrete una luce accesa, provate a immaginare la storia che si trova là dietro, verrà fuori un mondo, magari non sarà quello reale, ma è pur sempre un mondo.

Non siate vuoti a perdere.
(la Books Hunter Jessica)

Maria, l’amministratrice condominiale libera e carismatica di un palazzo apparentemente come tanti, muore all’improvviso, in un incidente stradale. Rimane sua figlia, una bambina di sei anni: e rimane una lettera. La bambina si chiama Mandorla, e già nel nome ha tutto l’incanto e l’assurdità di quello che sarà il suo destino: nella lettera Maria infatti rivela che il vero padre di Mandorla si nasconde proprio in uno dei cinque piani del condominio che lei amministrava… Chi è, dunque, il padre di Mandorla? Chi, in quel palazzo, intratteneva con Maria una relazione così profonda e segreta? Gli uomini del condominio sono tutti sospettati: uno di loro deve confessare. Ma con l’appoggio delle loro famiglie, dopo una lunga riunione, in un patto tanto scellerato quanto giudizioso, decidono di non volersi sottoporre al test del dna: e stabiliscono di crescere la bambina tutti assieme. È questo il fatale presupposto di una commedia umana che, con l’alibi del paradosso, in realtà ci chiama in causa tutti. Perché attraverso lo sguardo smarrito – ora allegro, ora dolcemente disperato – di Mandorla, che da bambina si fa adolescente, accendiamo le luci (e scopriamo le ombre) delle case di un condominio dove, presto, ognuno di noi sentirà di abitare. Sondiamo le ragioni e le nevrosi della solitudine di Tina Polidoro; entriamo nella desolata camera da letto di Caterina e Samuele Grò; andiamo al gay pride con Paolo e Michelangelo; veniamo travolti dal tormento dell’incomunicabilità amorosa tra Lidia e Lorenzo; ci sediamo a tavola con i Barilla, famiglia ostinatamente tradizionale. E mentre, di piano in piano, Mandorla cresce, s’innamora, cerca suo padre e se stessa, ci avventuriamo con lei verso rivelazioni luminose e rivelazioni scomode, assistiamo a nuove unioni e a separazioni necessarie. Ci ricorderemo che ancora prima di essere mogli, madri, padri, mariti e figli, siamo persone: meravigliose ma allo stesso tempo terribili, e tutte con un’infanzia alle spalle che rischia di perseguitarci per sempre. E scopriremo così che la famiglia è un’indefinibile alchimia: chi ce l’ha ne avverte il peso fino a mandarla in mille pezzi, chi non ce l’ha la desidera come il solo luogo della felicità possibile. Con sorgivo talento di narratrice, Chiara Gamberale costruisce attorno al cuore pulsante della sua protagonista un romanzo corale dove i grandi archetipi si mescolano agli struggimenti contemporanei, la verità e la menzogna cambiano continuamente di segno per dare vita a una voce fresca e profonda, dal timbro originalissimo, una voce indimenticabile che ci condurrà, fiduciosa soprattutto dei suoi dubbi, verso un finale sorprendente.

L’autrice:
Chiara Gamberale è nata nel 1977 a Roma, dove vive. Partita come giovanissima speaker radiofonica, ha collaborato con «Il Giornale» e nel 1996 ha vinto il Premio di giovane critica Grinzane Cavour, promosso da «La Repubblica». 
Ha esordito nel 1999 con Una vita sottile (Marsilio, premio Opera prima Orient-Express, Un libro per l’estate e Librai di Padova), seguito da Color Lucciola (Marsilio 2001), Arrivano i pagliacci(Bompiani 2002), La zona cieca (Bompiani 2008, premio selezione Campiello), Le luci nelle case degli altri (Mondadori 2010), L’amore, quando c’era (Mondadori 2012), Quattro etti d’amore, grazie(Mondadori 2013), Per dieci minuti (Feltrinelli 2013). Del 2014 èAvrò cura di te, scritto con Massimo Gramellini ed edito da Longanesi.
È inoltre autrice e conduttrice di programmi televisivi e radiofonici come Quarto piano scala a destra su Rai Tre e Io, Chiara e L’Oscuro su Radio Due. Ha condotto anche il contenitore culturaleDuende per l’emittente televisiva lombarda Seimilano. Collabora con «La Stampa» e «Vanity Fair» e ha un blog sul sito di «Io Donna» e del «Corriere della Sera».
Ha diretto a Roma il laboratorio di scrittura creativa “Il calamaio”.
I suoi romanzi sono tradotti in quattordici paesi e sono stati a lungo in vetta alle classifiche in Spagna e America latina.

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