“Arma Infero” – Parole e concetti che trovano spazio nel nostro archivio interiore

Buongiorno cari lettori, oggi per la nostra rubrica “LeCacciaLibri”, abbiamo il piacere di segnalarvi il primo capitolo di una saga, molto promettente, di genere sci-fi.
“E ora, fratelli, lasciate che vi narri di quei tempi, in cui le nuvole correvano rapide sopra gli aspri calanchi e di quando Lakon combatté per noi”.
Il Mastro di Forgia è il primo capitolo di una lunga e complessa saga di narrativa sci-fi. La storia, raccontata in prima persona dal vecchio Karan, ripercorre la giovinezza di quest’ultimo al tempo in cui era, con orgoglio, un Cavaliere di Dragan, e della terribile guerra nucleare che produsse la quasi totale devastazione di Muareb, il pianeta sul quale tutto ha origine, ormai inospitale e inadatto alla vita. Lo descriverò con le parole dell’autore: “Muareb era ed è un piccolo pianeta, un pianeta minore, un nano nel suo sistema tanto da non avere nemmeno la dominanza nella sua lunga orbita – che si completa in quasi due anni – così piena di rocce e asteroidi planetesimali che gli vagano pericolosamente dappresso; coloro che giunsero per primi sostenevano che un altro, gigantesco pianeta gassoso orbitasse al di là della stella primaria del sistema, un invisibile fratello maggiore fatto di vapore e gas, un titano al paragone di quel piccolo, denso pianeta roccioso perso nelle nubi di asteroidi.” 
Nel racconto imbevuto di nostalgia di Karan troviamo le imprese di Lakon, l’uomo dal misterioso passato che fu suo grande amico e compagno d’armi, e della sua incredibile ascesa da schiavo a Mastro di Forgia fino a Cavaliere della Milizia Coloniale.
Il commento del recensore ed editor: 
L’impostazione del romanzo è stabile e ben ponderata, nonostante la storia soffra l’eccessiva lunghezza: curiosa la rappresentazione storica che vede un presente anacronistico rivoltato su un passato di fiorente splendore tecnologico. L’intreccio è ben costruito e all’interno della trama sono molto ben dosate le chiare conoscenze storico-politiche dell’autore, spesso a scapito dello spazio riservato all’action, messa in secondo piano anche dalle consistenti parti legate all’interiorità dei personaggi. La riflessione non dispiace, se non quando le troppe digressioni rendono lenta e di difficile comprensione la lettura, già di per sé impegnativa, del romanzo. La costruzione dei due momenti storici presenti nella storia comunque è credibile e anche un lettore attento si lascerà facilmente coinvolgere nelle vicende di Karan e del prode Lakon nelle terre della Falange, dove si consumano intrighi, amicizie e amore romantico. Una storia di guerra e passioni che per certi versi mi ha ricordato Dune, non solo per le analogie ambientali con Muareb, ma anche per via del mood lento e costante, senza scossoni, imponente, simile all’immagine del Tir a cento ruote che uno dei protagonisti vede volare in seguito a un’esplosione, come fosse un lapillo. Perché alla fine si legge, Il Mastro di Forgia. Si legge e scivola via come le tutte le storie ben scritte, e ti stupisci di come un simile ammasso di parole e concetti trovi facilmente spazio nell’archivio interiore. Si legge e si gusta come un libro di altri tempi: la magia è dovuta al fatto che l’autore utilizza struttura e canoni narrativi tipici delle vecchie saghe, compreso il linguaggio arcaico, a volte un po’ ridondante ma certo compatibile coi fatti narrati. 
Una menzione particolare va fatta riguardo le cavalcature dei Cavalieri di Dragan: gli Zodion – potete osservarne uno in copertina – mezzi di trasporto bio-meccanici che sono fusioni perfette tra organismi viventi molto simili a caproni iper-muscolosi e congegni tecnologici di altissima ingegneria. Mi fa piacere ricordare che l’autore, che si diletta nel disegno, ha realizzato l’immagine di copertina. A tal fine mi sono permessa di reperire in rete altri disegni raffiguranti vari modelli di Zodion da pubblicare a corredo di questa recensione.

Concludo dicendo che Il Mastro di Forgia non è un romanzo di intrattenimento: si tratta di un lavoro che richiede quasi dedizione da parte del lettore, fattore, questo, che rema contro un’opera che il lettore disabituato alla complessità potrebbe abbandonare prima della fine del terzo capitolo. Per quelli che invece giungono sani e salvi all’ultima parola, c’è in serbo il secondo volume di Arma Infero, in uscita la prossima primavera. 
Vi chiedete perché nonostante io non legga saghe e prediliga romanzi action abbia amato questo lavoro? La risposta è nella citazione che segue e nel mio debole per la bella, bella scrittura che oggi è merce rara. 
(Emanuela Valentini)

“Nella tempesta giunse a noi il gemito della terra violata prima che il sisma ci investisse; e mentre nella valle tutto ardeva, su di noi caddero copiosamente rocce staccatesi dalle pareti monche del crepaccio, tante da rischiare d’esserne tutti seppelliti; gli zodion riversi sul fondo, coperti dalla polvere e dalla cenere, come scheletri spettrali di antichi guerrieri vomitati dalla terra alla fine dei giorni; i miseri uomini inginocchiati in terra, tremanti, preda del terrore più nero, con gli occhi che bruciavano, le orecchie che sanguinavano, la bocca che rovesciava nell’elmo gli umori gastrici della paura. Consapevoli di star morendo nel fragore tonante dell’apocalisse, piangevamo per i nostri peccati.”
(cit. Fabio Carta – Il Mastro di Forgia)
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