Recensione “Le otto montagne” di Paolo Cognetti

I luoghi che scegliamo di abitare dicono molto di noi.
Ma a definirci come individui, è l’intensità con cui questi luoghi li viviamo.

Ogni volta che tornavo lassù mi sembrava di tornare a me stesso, al luogo in cui ero io e stavo bene.


Ognuno di noi ha un posto che chiama casa, o terra, un luogo che ci ispira il senso di appartenenza, del quale sentiremmo il richiamo da qualunque parte nel mondo in cui dovessimo trovarci. È più di un legame, è piuttosto un modo di essere. In questo straordinario libro Paolo Cognetti racconta la storia di Pietro e della sua montagna, sviscerando il rapporto che li unisce. Il Pietro Guasti quarantenne non sarebbe lo stesso se non avesse trascorso le estati della sua infanzia a Grana, un paesino di quattordici anime arroccato sulle Alpi. Non solo in quei periodi ha esplorato la montagna, ma ha anche conosciuto se stesso, più che nella Milano in cui viveva per il resto dell’anno. Non perché la città fosse peggio, ma perché a lui, la montagna sapeva parlare, in un linguaggio segreto e privato. C’era una sorta di dialogo intimo e familiare tra loro, qualcosa che sarebbe cambiato nel tempo, evolvendosi in un rapporto maturo e consapevole. Pietro tra quelle cime scopriva di avere un padre diverso da come lo vedeva quando non erano lì insieme, dopo aver conquistato una vetta seguendo il rigido schema della fatica, quando essa si manifestava come la più ampia forma di riverenza verso la montagna. Ma, proprio come diceva la mamma di Pietro, ognuno di noi ha una quota prediletta in montagna, un paesaggio che gli somiglia e dove si sente bene. Proprio in questo erano diversi padre e figlio, e questa discrepanza era il riflesso di un rapporto tra loro molto tormentato. Solo più tardi si ritroveranno su quelle e su altre cime: Pietro riuscirà, in una nuova dimensione senza tempo, a cogliere i messaggi che suo padre non era stato in grado di passargli a voce.

A Grana Pietro arriva e poi riparte, così per tutta la vita, ma a ogni arrivo e a ogni partenza trova e lascia un pezzo di anima: Bruno. Un amico, un fratello, un montanaro. Un’amicizia fatta di intesa e complicità, ma fatta anche di lunghi silenzi, di spazi in cui ci si capisce anche senza pronunciare una parola. Pietro è uno spirito libero che ama viaggiare per il mondo. Bruno ha il suo stesso spirito, ma concepisce la libertà nell’unico modo in cui sa metterla in pratica: vivere in montagna, alla sua quota, solo. Eppure si capiscono, si rispettano, sono amici per davvero. In comune hanno l’amore per la montagna, ma hanno un modo diverso di viverla: Pietro vaga per le sue otto montagne, Bruno scala quella che sta al centro di tutte le altre. Lo so, è difficile capire questo concetto, ma in fondo è quello che dà un senso a tutta questa splendida storia, e per capirlo bisogna immergersi in questo libro, senza che sia io a spiegarlo qui.

La penna fine e perspicace di Paolo Cognetti ci regala una storia che arriva nel nostro profondo, come una forza atavica che ci attira verso la ricerca della nostra parte interiore e ci instilla la necessità di entrare in contatto con la bellezza che ci circonda. La scrittura di Cognetti è essenziale, arriva diretta al punto, senza fronzoli e giri di parole, descrivendo gli uomini e la natura con un realismo che sa essere poetico.

Non era un paesaggio poi molto diverso da quello di Grana, e guidando pensai che tutte le montagne in qualche modo si somigliano, eppure non c’era niente, lì, a ricordarmi di me o di qualcuno a cui avevo voluto bene, ed era questo a fare la differenza. Il modo in cui un luogo custodiva la tua storia. Come riuscivi a rileggerla ogni volta che ci tornavi. Poteva esisterne solo una, di montagna così, nella vita, e in confronto a quella tutte le altre non erano che cime minori, perfino se si trattava dell’Himalaya.

(La Books Hunter Barbara)


Pietro è un ragazzino di città, solitario e un po’ scontroso. La madre lavora in un consultorio di periferia, e farsi carico degli altri è il suo talento. Il padre è un chimico, un uomo ombroso e affascinante, che torna a casa ogni sera dal lavoro carico di rabbia. I genitori di Pietro sono uniti da una passione comune, fondativa: in montagna si sono conosciuti, innamorati, si sono addirittura sposati ai piedi delle Tre Cime di Lavaredo. La montagna li ha uniti da sempre, anche nella tragedia, e l’orizzonte lineare di Milano li riempie ora di rimpianto e nostalgia. Quando scoprono il paesino di Grana, ai piedi del Monte Rosa, sentono di aver trovato il posto giusto: Pietro trascorrerà tutte le estati in quel luogo “chiuso a monte da creste grigio ferro e a valle da una rupe che ne ostacola l’accesso” ma attraversato da un torrente che lo incanta dal primo momento. E lì, ad aspettarlo, c’è Bruno, capelli biondo canapa e collo bruciato dal sole: ha la sua stessa età ma invece di essere in vacanza si occupa del pascolo delle vacche. Iniziano così estati di esplorazioni e scoperte, tra le case abbandonate, il mulino e i sentieri più aspri. Sono anche gli anni in cui Pietro inizia a camminare con suo padre, “la cosa più simile a un’educazione che abbia ricevuto da lui”. Perché la montagna è un sapere, un vero e proprio modo di respirare, e sarà il suo lascito più vero: “Eccola li, la mia eredità: una parete di roccia, neve, un mucchio di sassi squadrati, un pino”. Un’eredità che dopo tanti anni lo riavvicinerà a Bruno.

Paolo Cognetti da anni si divide tra la città e una baita a duemila metri, e Il ragazzo selvatico (Terre di mezzo) è il suo diario di montagna. Con Sofia si veste sempre di nero (Minimum Fax) è stato finalista al premio Strega.

La montagna non è solo neve e dirupi, creste, torrenti, laghi, pascoli. La montagna è un modo di vivere la vita. Un passo davanti all’altro, silenzio, tempo e misura.
Lo sa bene Paolo Cognetti, che tra una vetta e una baita ambienta questo potentissimo romanzo.
Una storia di amicizia tra due ragazzi – e poi due uomini – cosí diversi da assomigliarsi, un viaggio avventuroso e spirituale fatto di fughe e tentativi di ritorno, alla continua ricerca di una strada per riconoscersi.

«Si può dire che abbia cominciato a scrivere questa storia quand’ero bambino, perché è una storia che mi appartiene quanto mi appartengono i miei stessi ricordi. In questi anni, quando mi chiedevano di cosa parla, rispondevo sempre: di due amici e una montagna. Sí, parla proprio di questo» 
(Paolo Cognetti).

Paolo Cognetti, uno degli scrittori piú apprezzati dalla critica e amati dai lettori, entra nel catalogo Einaudi con un libro magnetico e adulto, che esplora i rapporti accidentati ma granitici, la possibilità di imparare e la ricerca del nostro posto nel mondo.

Titolo: Le otto montagne
Autore: Paolo Cognetti
Editore: Einaudi
Pagine: 208
Prezzo di copertina: € 18,50 – ebook € 9,99
Uscita: 8 novembre 2016
ISBN: 9788806226725

Paolo Cognetti, nato a Milano il 27 gennaio 1978, ha realizzato per Minimum Fax la serie Scrivere / New York, nove puntate su altrettanti scrittori newyorkesi, da cui è tratto il documentario Il lato sbagliato del ponte, viaggio tra gli scrittori di Brooklyn


La sua passione per New York si è concretizzata in due guide: New York è una finestra senza tende (Laterza 2010) e Tutte le mie preghiere guardano verso ovest (edt 2014). Per Einaudi ha curato l’antologia New York Stories(2015) e ha pubblicato il romanzo Le otto montagne (2016). 
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