BookMission 17 ottobre 2017, Milano: abbiamo incontrato Fabio Genovesi

Martedì 17 ottobre, in un mite pomeriggio autunnale, le Books Hunters si preparano a partire, destinazione Milano. Destinazione Fabio Genovesi.
Partenza ore 17.00, traffico regolare… fino alle porte di Milano, poi il caos.
Una delle due (Jess) dice: del resto, se una cosa può andare male, andrà sicuramente malissimo.
Ecco!
Si vola verso Lampugnano, biglietti metropolitana fatti in 14 secondi netti, corsa fino ai binari: Barbi è in salute, Jess ha la febbre. Ma si corre.
Ok, dài, ce la facciamo, al limite arriviamo da Fabio con qualche minuto di ritardo. Del resto, fino alle 17 abbiamo lavorato entrambe, prima di così non si poteva partire.
Dopo qualche fermata il treno si ferma. E non riparte. Le Books Hunters iniziano a scalpitare quando le porte non si chiudono. Aspettano, aspettano, aspettano… ma dentro ribollono dalla rabbia. La signorina annuncia che i treni sono bloccati per il soccorso a un passeggero. Le Book Hunters si guardano e non si dicono niente. Ma dentro imprecano. Pensano però anche al poveraccio che si è sentito male. Sarà anche grazie a quest’ultimo pensiero caritatevole, fatto sta che si chiudono le porte e il treno riparte.

Segue triplo salto carpiato per prendere la combinazione della linea gialla, due fermate e ci siamo.

E poi non resta che correre: le scarpine eleganti con il tacco restano in borsa e ai piedi per fortuna scarpe da running per i 500 metri più veloci della storia.
Arrivo alle 19.10, invece che alle 18.30.
Entrano, Fabio sta già conversando con altri blogger, ma le Books Hunters riescono a non perdersi questa bellissima parte della chiacchierata:
 
Mi piacciono le persone strane, i bambini strani, quelli che fanno preoccupare i genitori con i loro discorsi. Io di solito alimento le loro follie. Per esempio: c’è il figlio di un mio amico, appassionato di fumetti come me, che è convinto che Tex esista. Allora io ogni tanto incremento questa cosa, e quando giro per l’Italia gli mando una cartolina con scritto: Ciao sono Tex, so che sei stato bravo a scuola, bravo! Continua così. Firmato Tex e Kit Carson, l’amico di Tex. Io penso che sia bello così. 
La mia mamma mi ha cresciuto così, perché diceva: la vita ti darà così tante delusioni, che finché posso te le evito. E infatti, come nel romanzo, credevo davvero che il mio babbo fosse Little Tony. A Babbo Natale mi ci ha fatto credere fino ad anni vergognosi.
Mi piacciono le persone strane ma contente di esserlo, e sono l’opposto di quelle che vogliono essere strane.
Mi piacciono, mi innamoro proprio delle coppie che sanno creare la narrazione della loro vita. Che creano una narrazione e una complicità che è come il romanzo. La vita dovrebbe essere sempre così.
Sono sempre stato affascinato dalle storie. Quando nelle interviste mi chiedono quali sono gli autori chi mi hanno influenzato, se sono onesto faccio sempre dei nomi che gli altri non conoscono. Gli intervistatori in imbarazzo dicono di non averli mai letti e io dico: non ha mai scritto nulla in verità, è un amico di nonno
Ecco, loro sono dei narratori incredibili e il romanzo nasce da questo. Gli anziani, i vecchi, sono una fonte ricchissima. E io ho la fortuna di vivere nell’accademia dei vecchi: quando finisco di girare l’Italia per i miei libri, mi fermo per un anno o due a Forte dei Marmi, in inverno, dove l’età media è ottant’anni. E mi fanno il regalo di essere lì, io ormai sono uno di loro, so tutto di prostata e cose così, di vita normale. Ecco loro sono dei maestri di narrazione e io per scrivere questo libro mi sono andato a fare un master da loro. Ho passato tutti i pomeriggi su quelle seggioline di plastica, al mare, sul pontile, ad aspettare che passasse qualcuno… che poi non passa mai nessuno, a chiacchierare. Loro raccontano storie micidiali, sanno narrare. Se l’Odissea fosse stata “parte da Troia e vuole arrivare a Itaca, parte e ci arriva”, finito, il valore narrativo sarebbe stato zero, è tutto quello che succede nel mezzo che la rende interessante. L’anziano che racconta ha un grande pregio: prima di tutto ha tanto tempo libero, e poi ha una lucidità mentale non eccezionale, che è una cosa che io già ho per fortuna e ambisco ad averne di più (di scarsità di lucidità mentale, dico).
Come fa uno scrittore a essere informato sull’amore, sulla morte, sulla vita? Non può. Ecco l’arte dell’anziano è quella di buttarti lì dentro e divagare, di farti innamorare di personaggi che non c’entrano nulla, di storie belle, piu belle di quelle che in verità ti sta raccontando. Secondo me le storie funzionano quando stanno addosso ad altre storie.
Con i miei zii facevo il giardiniere e ho scoperto una cosa importantissima sugli alberi: ci sono i rami che danno i frutti, quelli che danno i fiori, e poi ci sono quelli che servono solo per l’equilibrio e la bellezza della pianta, che servono proprio per farla stare in piedi ad esempio quando c’è il vento. Lo fanno essere un vero albero. I romanzi sono così. Quando leggo un romanzo in cui c’è l’ansia di andare avanti con la storia, senza un attimo di calma, oppure quelli che non hanno idea, proprio come un albero non potato che va di qua e di là, non mi piace. Ci deve essere armonia, quindi una storia con le altre storie che si diramano.
Uno dei miei sogni più segreti è scrivere un Harmony sotto pseudonimo: L’amore ai tempi dei calamari.
Quella cosa lì dell’amore ai tempi della guerra mi ossessiona. Che ne sai te dell’amore che non hai fatto la guerra? L’amore in guerra era un’altra cosa. E ci posso credere, perché rischi di morire da un momento all’altro e allora è una cosa più forte.
Se i miei zii-nonni, che sono morti da tempo, avessere letto il libro forse si sarebbero commossi, ma non lo so. Io non me lo chiedo mai cosa penseranno gli altri, però per la mia esperienza le persone sono contente di essere nel romanzo. Però non so se i miei zii avrebbero apprezzato, erano troppo imprevedibili. Si sarebbero forse commossi, non lo avrebbero mai detto, forse non lo avrebbero mai neanche letto, ma glielo avrei letto io e ne sarebbero stati contenti, sì. Poi ora non ci sono più, a me mancano ma è una fortuna, pensa se ci fossero ancora e si presentassero alle presentazioni: sarebbe un disastro. La mia mamma per esempio legge solo i miei libri e mi dice: sei il mio scrittore preferito.
Amo la ripetizione, funziona, è bella, rafforza. Uno dei miei libri preferiti è l’ultimo di Richard Brautigan, American Dust, nel quale lui scrive le sue storie e poi ripete: e così il vento non si soffierà via tutto (che poi è il titolo orginale, bellissimo). Lui poco dopo aver terminato il libro si è suicidato, ma il romanzo è pieno di vita. Bellissimo. E questa ripetizione mi ha fatto innamorare.
Marquez, e tremo quando pronuncio il suo nome, ha forse scritto un unico romanzo, diviso in parti, e a me piace quella roba lì.
Nelle mie storie ci metto sempre il mare perché ci sono nato, mi piace, e scrivo sul mare. Mi aiuta a relativizzare tutto. Posso solo sentirmi un pezzettino di qualcosa di fronte a questo mare enorme e secondo me è il punto di vista migliore per scrivere un libro. Quando ti senti troppo grande, scrivi delle scemenze. Leggere i classici mi fa l’effetto del mare: ogni dieci anni mi rileggo Il Conte di Montecristo e mi sento una robina piccola, che cerca di fare del suo meglio.
Amo la nostalgia quando non è chiusura di fronte a quello che ho davanti. Mi piace quando la nostalgia è andare avanti. Amo la nostalgia quando è attiva, quando ti fa muovere. Creare il futuro dal passato: io in quello sono un nostalgico tremendo. Mi riempio la casa di cose che nessuno vuole. Nei miei libri c’è la nostalgia ma spero che il messaggio non sia che il bello è già tutto passato, piuttosto guarda quanto bello c’è stato e ci può ancora essere. La nostalgia è positività verso il futuro, mai chiusura.
La bellezza del sapere che stai facendo delle cose, non ti obbliga né a farle vedere agli altri, né a farti vedere. Il macho è quel poveraccio che deve imporsi, i machi sono competitivi. Io non so cosa sia la competizione: quando ero bambino e tornavo da scuola mia nonna mi chiedeva come era andato il compito, io rispondevo che avevo preso 7 e lei mi diceva potevi prendere 6, hai studiato troppo. Bravo però. Altri bambini prendevano 8 e i genitori chiedevano se qualcuno avesse preso 9: sì, beh allora potevi fare meglio. Per me non era così.
Ci sono state altre meravigiose chiacchiere, tra pterodattili sui presepi e brontosauri a Milano, anguille appena nate che tornano laddove sono state le loro madri, zii che sono la rappresentazione del testosterone ma non sono machi, la nonna che porta il sale a piedi da Forte dei Marmi a Parma, e tanto altro ancora.
Abbiamo corso, sudato e un po’ imprecato, ma le Books Hunters non hanno avuto bisogno di chiedersi se ne fosse valsa la pena: sì, ancora e ancora sì.
Fabio Genovesi
Trovate la nostra recensione di “Il mare dove non si tocca”, qui.
(Barbi & Jess)
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